ATTUALITA'-GEOPOLITICA

11 Febbraio 2018


SUL “NUOVO” SENATO DELLA REPUBBLICA

 

(di Daniele Trabucco (1) e Michelangelo De Donà (2) )

 

Nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana n. 88 del 15 aprile 2016 è stato pubblicato il disegno di legge costituzionale c.d. Boschi-Renzi sul quale il corpo elettorale sarà chiamato a pronunciarsi con il referendum oppositivo/confermativo del prossimo ottobre.

            Partiamo da una premessa. Come sosteneva Edmund Burke (1727-1797), politico e filosofo britannico di origine irlandese nella sua opera Riflessioni sulla Rivoluzione in Francia del 1790, sperare di cambiare radicalmente le modalità di organizzazione del potere politico attraverso leggi e decreti non è una pretesa sensata. Nessuna riforma costituzionale può assicurare un governo migliore poiché questo dipende da virtù che non stanno nelle leggi, ma negli uomini e non solo in quelli che ci governano. Una riforma seria dovrebbe intervenire sulla forma di governo con modifiche funzionali a rendere gli organi statali, in particolare quelli rappresentativi, idonei a garantire speditamente ed efficacemente l’effettivo esercizio della democrazia. Se leggiamo il testo degli artt. 55, comma 3, e 57 del disegno di legge costituzionale Boschi ci accorgiamo che la differenziazione della seconda Camera, una brutta copia del Bundesrat austriaco, è solo apparente. I novantacinque senatori (74 consiglieri regionali e 21 sindaci) rappresentativi delle istituzioni territoriali (Regioni, Province autonome di Trento e Bolzano/Bozen e Comuni), cui si aggiungono i cinque senatori che possono essere nominati, per la durata di sette anni, dal Presidente della Repubblica, danno luogo ad una scialba riproduzione della rappresentanza fondata sui partiti che si realizza nella Camera dei Deputati sia pure articolata per territori regionali. Semmai, per i rapporti tra Stato-Regioni-autonomie locali territoriali sarebbe stato più utile costituzionalizzare il sistema delle Conferenze e rafforzarne le rispettive funzioni, ma di tutto questo non v’è traccia nel progetto di riforma. In chiave comparatistica, si riscontra come i meccanismi elettorali, ma più ancora la struttura nazionale dei principali partiti politici, hanno sempre determinato una sostanziale assimilazione del comportamento dei rappresentanti regionali/locali a quello dei membri della Camera dei Deputati e in ogni caso hanno sviluppato all’interno della seconda Camera una dialettica in tutto simile a quella che si svolge nella prima.  Le stesse modalità di elezione dei senatori (da parte dei Consigli regionali sulla base delle scelte degli elettori dei candidati consiglieri regionali in occasione del rinnovo dei Consigli stessi) e l’ assenza di vincolo di mandato, proprio come i deputati, richiamano più la struttura di una Camera politica, anche se svincolata dal rapporto fiduciario, che una territoriale. E poi che cosa significa che il Senato rappresenta le istituzioni territoriali in assenza, peraltro, di una trasformazione in senso federale dell’ordinamento costituzionale? Ora, a parte il fatto che non si comprende come mai all’interno di un ramo del Parlamento italiano così delineato dovrebbero anche sedere a vita gli ex Presidenti della Repubblica che non hanno alcuna connessione con i territori, la funzione di rappresentanza degli interessi territoriali, che vede maggiormente tutelati quelli regionali rispetto a quelli comunali, può vuol dire tutto e niente allo stesso tempo. Tutto, perché praticamente non v’è legge che, sia pure in modo indiretto e marginale, non tocchi l’autonomia, ovverosia non proietti i suoi effetti sui campi materiali in cui questa ha modo di esercitarsi. Niente dal momento che, soprattutto in conseguenza della prevista soppressione della potestà legislativa concorrente (cioè quella ripartita tra Stato e Regioni), leggi statali adottate allo specifico fine di limitare l’autonomia regionale o di indirizzarsi all’autonomia degli enti territoriali minori se ne dovrebbero avere poche. A questo si aggiunga che il cumulo dei mandati (senatore e consigliere regionale, senatore e sindaco) non incoraggia affatto la funzione senatoriale “a tempo pieno” e ciò in considerazione del fatto che il legislatore costituzionale non assegna ai membri di Palazzo Madama una specifica indennità per lo svolgimento del loro mandato. Inoltre, e mi limito qui solo ad un breve cenno, non si comprende la decisione di affidare alla competenza bicamerale, cioè alla approvazione della legge da parte di entrambe le Camere, tutta un serie di materie che sono espressione dell’ indirizzo politico (le leggi costituzionali e di revisione della Carta, le leggi di disciplina dei referendum popolari etc..) sulle quali il Senato non dovrebbe intervenire, essendo solo la Camera dei Deputati, ai sensi del comma 4 dell’art. 55 del d.d.l. costituzionale, titolare della funzione di indirizzo e, perciò stesso, del rapporto di fiducia con il Governo della Repubblica. Ne consegue la evidente contradditorietà della norma che prevede la categoria delle c.d. leggi bicamerali (comma 1 dell’art. 70 del d.d.l. Boschi).

Da ultimo, con particolare riferimento al quantum della rappresentanza, si aprono anche qui profili problematici non secondari. Se, rispetto alla prima stesura, il comma 4 dell’art. 57 del d.d.l. costituzionale Boschi ha rimesso in equilibrio la rappresentanza regionale nel “nuovo” Senato, che è proporzionale alla popolazione di riferimento, resta, in alcuni casi, una macroscopica sovra-rappresentazione di una Regione a scapito di un’altra. Ad esempio il Trentino Alto Adige/Südtirol avrà ben quattro componenti (o sei se la norma venisse interpretata nel senso di assegnare due componenti anche al livello regionale) a fronte di sette che spettano alla Regione del Veneto o alla Regione Piemonte che però vantano una popolazione quasi cinque volte superiore.

            Soleva ripetere lo zar Pietro il Grande: “E' mio grande desiderio di riformare i miei sudditi, ma mi vergogno a confessare che non sono in grado di riformare me stesso”.

 

(1)  Università di Padova. Professore a contratto presso il Campus Universitario Ciels in Diritto Internazionale.

(2)  Università degli Studi di Pavia

 

 

 

 



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